Partecipazione
Internet è un media partecipativo? Sicuramente...ma forse non più di altri. Forse ciò che cambia rispetto ad altri ambiti non è la quantità di partecipazione possibile - ci sono spazi più vicini alla realtà materiale che sono altrettanto partecipativi (dal punto di vista "quantitativo", ovvero della compresenza tra chi fa i media e chi li fruisce), basti pensare alle macchinate di chi la domenica sera va negli studi di Controcampo come pubblico oppure alle vagonate di pulman di gente che fa chilometri per passare un pomeriggio a Buona Domenica;
Ciò che cambia online è la qualità della partecipazione; con Internet si va oltre la compresenza e forme partecipative di basso profilo, che non incidono sul prodotto di partenza; la partecipazione in questo spazio ha qualcosa in più: la produttività. Tutto si può produrre - anziché subire il prodotto di altri - in questo spazio, anche se non necessariamente poi lo si fa (e questo è l'unico vero gap online, tra chi fruisce e chi partecipa, questi ultimi però in crescita). Non è vero che Internet non ha leggi, oppure che ha altre leggi, o nuove leggi, rispetto alla realtà materiale. Nello spazio virtuale le leggi sono nomadi e servono all'autodeterminazione degli individui. Semplificando ma anche banalizzando un pò il concetto, ognuno si fa le sue leggi...ma non per vezzo o per piacere, bensì per autodeterminarsi e riconoscersi in regole fatte a propria misura. Internet non annulla ne sovrascrive alcuna legge, semplicemente le accoglie tutte, ne permette di nuove, permette nuovi spazi e non esclude alcunché o chicchessia.
La produttività, che definirei "sociale", dell'Internet può nascere solo dalla partecipazione diffusa; penso che questo sia uno dei nodi per lo sviluppo futuro...nell'eventualità in cui questo "stile" riesca ad uscire dall'ambito delle tecnologie che ne incentivano la pratica (tutte tecnologie "nate online") andando a contaminare, come è capitato al sottoscritto, i comportamenti sociali ed i processi cognitivi e decisionali. A questo proposito mi sembra che l'antitesi della partecipazione, ovvero il modello vertical/verticistico non è il più efficiente, soprattutto laddove è la creatività ad essere l'oggetto della produzione (mi riferisco in particolare all'organizzazione lavorativa negli ambiti creativi - pubblicità, design, moda).
Il lavoro in Rete oltretutto spinge naturalmente verso forme di decisione cooperativa, dove l'esistenza di manager, quadri, amministratori unici che si autonominano presidenti e altri autocrati di vario genere non solo non hanno motivo di essere ma anzi sono di ostacolo allo sviluppo, alla crescita dei gruppi di lavoro, della qualità espressa e delle competenze dei componenti del gruppo stesso.
Come talvolta ripeto, a me stesso e agli altri, ho avuto la fortuna di incontrare la Rete abbastanza presto nella vita assumendone di conseguenza la logica condivisa - per quanto riguarda la diffusione di conoscenza - e la logica collettiva - per quanto riguarda la produzione di linee di sviluppo - in maniera molto intima, quasi fin dentro il DNA, quasi come automatismo (ma mai automatismo stupido, ovvero di riflesso senza pensiero); per questo vorrei tutto o quasi abbastanza diverso da com'è, mi trovo a criticare abbastanza spesso e soprattutto a voler migliorare - a piccoli passi e con moderazione, ma inarrestabile - tutto quanto mi passa sotto il naso, dal caso di una richiesta insensata da parte di un cliente (secondo alcuni bisogna eseguire, se non altro per quieto vivere, mentre per me è difficile resistere alla tentazione di guidare il cliente su quelle che sono le domande corrette che deve porsi) al caso frequente in cui un "vertice" condivide con la "base" una decisione, non con l'intento di discuterne bensì di vantare una scelta secondo lui - e solo lui - particolarmente illuminata.
Ritornando al tema della partecipazione, e del suo significato nel mondo del lavoro cognitivo e creativo, trovo che la miglior forma di organizzazione - in particolare nell'ambito delle agenzie di comunicazione, centrali media, concessionarie e realtà connesse, sia quella cooperativa, dove le gerarchie non si danno nomi, etichette e gradi, che non servono e anzi ostacolano...territorializzano la capacità di pensare, dove la persona (il "lavoratore") si determina non per la posizione scritta sul cartellino bensì per il suo contributo, la sua capacità di creare partecipazione di qualità (non solo fare il compitino per quieto vivere o per esigenze organizzative imprescindibili e calate dall'alto) e la sua capacità di invenzione...che parte prima di tutto da se stesso e dalla produzione di possibilità.
Ciò che cambia online è la qualità della partecipazione; con Internet si va oltre la compresenza e forme partecipative di basso profilo, che non incidono sul prodotto di partenza; la partecipazione in questo spazio ha qualcosa in più: la produttività. Tutto si può produrre - anziché subire il prodotto di altri - in questo spazio, anche se non necessariamente poi lo si fa (e questo è l'unico vero gap online, tra chi fruisce e chi partecipa, questi ultimi però in crescita). Non è vero che Internet non ha leggi, oppure che ha altre leggi, o nuove leggi, rispetto alla realtà materiale. Nello spazio virtuale le leggi sono nomadi e servono all'autodeterminazione degli individui. Semplificando ma anche banalizzando un pò il concetto, ognuno si fa le sue leggi...ma non per vezzo o per piacere, bensì per autodeterminarsi e riconoscersi in regole fatte a propria misura. Internet non annulla ne sovrascrive alcuna legge, semplicemente le accoglie tutte, ne permette di nuove, permette nuovi spazi e non esclude alcunché o chicchessia.
La produttività, che definirei "sociale", dell'Internet può nascere solo dalla partecipazione diffusa; penso che questo sia uno dei nodi per lo sviluppo futuro...nell'eventualità in cui questo "stile" riesca ad uscire dall'ambito delle tecnologie che ne incentivano la pratica (tutte tecnologie "nate online") andando a contaminare, come è capitato al sottoscritto, i comportamenti sociali ed i processi cognitivi e decisionali. A questo proposito mi sembra che l'antitesi della partecipazione, ovvero il modello vertical/verticistico non è il più efficiente, soprattutto laddove è la creatività ad essere l'oggetto della produzione (mi riferisco in particolare all'organizzazione lavorativa negli ambiti creativi - pubblicità, design, moda).
Il lavoro in Rete oltretutto spinge naturalmente verso forme di decisione cooperativa, dove l'esistenza di manager, quadri, amministratori unici che si autonominano presidenti e altri autocrati di vario genere non solo non hanno motivo di essere ma anzi sono di ostacolo allo sviluppo, alla crescita dei gruppi di lavoro, della qualità espressa e delle competenze dei componenti del gruppo stesso.
Come talvolta ripeto, a me stesso e agli altri, ho avuto la fortuna di incontrare la Rete abbastanza presto nella vita assumendone di conseguenza la logica condivisa - per quanto riguarda la diffusione di conoscenza - e la logica collettiva - per quanto riguarda la produzione di linee di sviluppo - in maniera molto intima, quasi fin dentro il DNA, quasi come automatismo (ma mai automatismo stupido, ovvero di riflesso senza pensiero); per questo vorrei tutto o quasi abbastanza diverso da com'è, mi trovo a criticare abbastanza spesso e soprattutto a voler migliorare - a piccoli passi e con moderazione, ma inarrestabile - tutto quanto mi passa sotto il naso, dal caso di una richiesta insensata da parte di un cliente (secondo alcuni bisogna eseguire, se non altro per quieto vivere, mentre per me è difficile resistere alla tentazione di guidare il cliente su quelle che sono le domande corrette che deve porsi) al caso frequente in cui un "vertice" condivide con la "base" una decisione, non con l'intento di discuterne bensì di vantare una scelta secondo lui - e solo lui - particolarmente illuminata.
Ritornando al tema della partecipazione, e del suo significato nel mondo del lavoro cognitivo e creativo, trovo che la miglior forma di organizzazione - in particolare nell'ambito delle agenzie di comunicazione, centrali media, concessionarie e realtà connesse, sia quella cooperativa, dove le gerarchie non si danno nomi, etichette e gradi, che non servono e anzi ostacolano...territorializzano la capacità di pensare, dove la persona (il "lavoratore") si determina non per la posizione scritta sul cartellino bensì per il suo contributo, la sua capacità di creare partecipazione di qualità (non solo fare il compitino per quieto vivere o per esigenze organizzative imprescindibili e calate dall'alto) e la sua capacità di invenzione...che parte prima di tutto da se stesso e dalla produzione di possibilità.






0 Commenti:
Posta un commento
Link a questo post:
Crea un link
<< Home