Uno sguardo da lontano...
L'Italia è il paese delle nicchie...nicchie probabilmente felici (o almeno, non ottuse e depresse); nicchie ristrettissime dove persone provenienti da culture diverse sono integrate, al di fuori delle quali questo è purtroppo inconcepibile. Penso alle business school di respiro "internazionale", alle scuole di design, o al mondo finanziario e degli affari in generale; tutti "luoghi" dove persone di diverse estrazioni studiano, imparano o lavorano insieme senza rinunciare al loro modo di essere (nessuno glielo chiede, come invece molti ottusi vorrebbero quando chiedono che lo straniero in Italia si adegui ai nostri usi e costumi esteriori e apprenda la nostra cultura...senza però la regola della reciprocità, ovvero il riconoscimento da parte dell'italiano medio di aprirsi e apprendere le culture degli altri).
Purtroppo queste persone - lo apprendo per testimonianza diretta - dopo aver studiato o lavorato da noi, dopo essersi formati sul nostro territorio e aver frequentato quei pochi luoghi che consentono loro in Italia un vivere civile, decidano di tornare ai paesi di origine o migrare in altri più accoglienti, dove il diritto di cittadinanza non è subordinato al diritto di sangue (vale a dire alla razza come la intendevano nel "ventennio") come purtroppo prevede la legge italiana (secondo la quale uno straniero nato sul territorio italiano è comunque uno straniero, a meno che il genitore non riesca ad acquisire la cittadinanza italiana - cosa molto difficile da ottenere - prima che il figlio abbia compiuto il diciottesimo anno) e dove quando si parla di stranieri non si finisce sempre a parlare di lavavetri e delinquenza (sottintendendo così una pura equazione che utilizzando un po’ di intelligenza - guardando alla totalità dei casi - si capirebbe rapidamente che non ha fondamento).
Qualcuno probabilmente è felice che se ne vadano, altri sono indifferenti; secondo me invece è un segnale-spia che indica qualcosa di ben preciso: la mancanza di opportunità di crescita e sviluppo anche per chi le vuole con tutte le sue forze. Se l'italiano fa più fatica a spostarsi all'estero per cercare la propria realizzazione, chi è già dovuto emigrare per studiare ha meno remore a spostarsi di nuovo per cercare ciò che vuole.
L'Italia non ha quindi spazi multi-culturali ma solo nicchie di questo genere, piccolissime, che vivono all'interno di alcune città e non contaminano l'esterno; anche nelle grandi città, fuori da queste nicchie, è tutta ottusità, tutta "provincia".
E' necessaria quindi un'espansione di questi spazi, che parta dalla possibilità per tutti di avere uguali basi di partenza ed accesso alla cultura, con la premiazione di quelli che si dimostrano meritevoli. Il futuro e l'unica strada allo sviluppo si trovano quindi nell'accesso, non solo alle reti informatizzate, ma all'informazione e alla cultura in generale, senza esclusione/inclusione basata sul censo.
p.s. io ci proverò ancora per un po', altrimenti la prossima volta potrei anche partire con l'intenzione netta di non tornare.
Purtroppo queste persone - lo apprendo per testimonianza diretta - dopo aver studiato o lavorato da noi, dopo essersi formati sul nostro territorio e aver frequentato quei pochi luoghi che consentono loro in Italia un vivere civile, decidano di tornare ai paesi di origine o migrare in altri più accoglienti, dove il diritto di cittadinanza non è subordinato al diritto di sangue (vale a dire alla razza come la intendevano nel "ventennio") come purtroppo prevede la legge italiana (secondo la quale uno straniero nato sul territorio italiano è comunque uno straniero, a meno che il genitore non riesca ad acquisire la cittadinanza italiana - cosa molto difficile da ottenere - prima che il figlio abbia compiuto il diciottesimo anno) e dove quando si parla di stranieri non si finisce sempre a parlare di lavavetri e delinquenza (sottintendendo così una pura equazione che utilizzando un po’ di intelligenza - guardando alla totalità dei casi - si capirebbe rapidamente che non ha fondamento).
Qualcuno probabilmente è felice che se ne vadano, altri sono indifferenti; secondo me invece è un segnale-spia che indica qualcosa di ben preciso: la mancanza di opportunità di crescita e sviluppo anche per chi le vuole con tutte le sue forze. Se l'italiano fa più fatica a spostarsi all'estero per cercare la propria realizzazione, chi è già dovuto emigrare per studiare ha meno remore a spostarsi di nuovo per cercare ciò che vuole.
L'Italia non ha quindi spazi multi-culturali ma solo nicchie di questo genere, piccolissime, che vivono all'interno di alcune città e non contaminano l'esterno; anche nelle grandi città, fuori da queste nicchie, è tutta ottusità, tutta "provincia".
E' necessaria quindi un'espansione di questi spazi, che parta dalla possibilità per tutti di avere uguali basi di partenza ed accesso alla cultura, con la premiazione di quelli che si dimostrano meritevoli. Il futuro e l'unica strada allo sviluppo si trovano quindi nell'accesso, non solo alle reti informatizzate, ma all'informazione e alla cultura in generale, senza esclusione/inclusione basata sul censo.
p.s. io ci proverò ancora per un po', altrimenti la prossima volta potrei anche partire con l'intenzione netta di non tornare.






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